I dischi non fanno male!

Immagine tratta da Explain Pain Supercharged

Ci sono dischi e dischi.
Quelli volanti dei film di fantascienza degli anni '50, che a vederli oggi sul monitor di un moderno portatile o suI display di uno smartphone di ultima generazione fanno quasi tenerezza.
Ci sono dischi rotti che ripetono sempre la stessa solfa, e al massimo provocano noia.
Poi ci sono i dischi che si ascoltavano da giovani e che a risentirli oggi mettono nostalgia. Quelli sì qualche volta fanno male!

I dischi ai quali facciamo riferimento sono i più prosaici componenti della nostra colonna vertebrale, degli ammortizzatori di forma grossomodo cilindrica che svolgono una determinante funzione per la sua salute e il suo corretto funzionamento.
Quanto leggerete di seguito, tuttavia, non riguarda l'anatomia o le problematiche correlate alla colonna. In questo caso il disco e la colonna sono un pretesto per parlare di dolore, di cos'è e di come funziona. E considerato il fatto che il mal di schiena rappresenta ormai la prima causa di malattia nel mondo, la scelta non è del tutto occasionale.

(di seguito la traduzione di un testo del 2010 di David Butler, uno dei pionieri della Pain Revolution)

Sono sempre più numerosi i professionisti sanitari e i pazienti che si stanno facendo coinvolgere nel "movimento per la terapia basata sulle neuroscienze". I cambiamenti nei concetti chiave necessari per arrivare ad un effettivo cambio di paradigma clinico stanno diventando sempre più chiari. Quello più potente è forse l'affermazione che un danno tessutale non è sinonimo di dolore. Da qui il titolo di questo articolo.

Siamo (terapisti, pazienti, la gente comune) abituati a parlare di "dolore muscolare", "dolore vertebrale", "dolore articolare". Sono tutti concetti ormai consolidati nel nostro sistema di pensiero, che tuttavia fanno riferimento a fenomeni di cui protagonista è il cervello, non la struttura di cui si parla. Fermiamoci per un momento e verifichiamo la validità di questi concetti. I dischi, infatti, non fanno mai male. Tutto quello che i dischi, e le sostanze che possono rilasciare nelle strutture a loro adiacenti, possono fare è provocare la formazione di impulsi nel sistema nervoso centrale (SNC) che, all'interno dei processi in atto nello stesso SNC, possono diventare parte di una "trama" del dolore o traccia neurale. Se un disco facesse male, ci sarebbe un collegamento diretto fra la struttura e la bocca (che fra altre esprime la sensazione di dolore). Se così fosse, una stimolazione genitale potrebbe produrre direttamente il sentimento d'amore.

Cambiare prospettiva

I concetti sono alla base della conoscenza. Negli anni all'interno del NOI (Neuro Orthopaedic Institute) si sono discussi e argomentati i cambiamenti di prospettiva che sono alla base di una efficace presa in carico della persona con dolore cronico. In estrema sintesi, i concetti fondamentali sono questi:
  • il dolore è un output (un prodotto) del SNC, non un input;
  • il dolore è uno dei vari sistemi di gestione delle situazioni di stress organico attuati dall'organismo;
  • le nuove scoperte sulla neuroplasticità stanno fornendo nuovi strumenti e strategie per la gestione del dolore;
  • la conoscenza del funzionamento del dolore e il movimento sono due strumenti efficaci per affrontare il dolore;
  • il sistema nervoso non solo muove (gli impulsi), ma si muove esso stesso.
Tuttavia, il concetto più importante è questo: non c'è relazione fra il dolore e il danno tessutale.

In pratica

Non è facile dire ad una persona che il "dolore muscolare" o il "dolore discale" non esistono, e parlare con maggiore precisione di "contributo del disco all'esperienza dolorosa". E' molto più semplice parlare genericamente di "dolore + nome della struttura".
C'è tuttavia un numero crescente di articoli nella letteratura scientifica a sostegno della nostra affermazione. I cambiamenti morfologici del disco intervertebrale che gli esami diagnostici spesso rilevano sono prevalentemente correlati alle trasformazioni dell'invecchiamento. In altre parole, "le ernie sono normali".
Se il lettore fosse un mio studente e avesse di fronte un paziente che afferma "ho un disco che fa male", in prima battuta accoglierebbe quell'assunto (o magari chiederebbe la fonte di quella affermazione), ma il ragionamento clinico lo porterebbe da subito a porsi questa domanda: "negli esami diagnostici di molte persone (che non manifestano alcun sintomo) ci sono segni analoghi a quelli riportati nei referti di questa persona. Che cosa realmente lo porta qui come paziente?". E' il tempo di rinnovare l'approccio strettamente biomedico e farmacologico al dolore.