"Disturba l'acqua per catturare il pesce"

Di fronte all'esito di un mio intervento fisioterapico, mi chiedo sempre perché sia stato efficace o non lo sia stato affatto. E' una valutazione imprescindibile per poter procedere a ragion veduta lungo un percorso non casuale di riabilitazione.

Il paziente mi chiede di trovare una soluzione ad un problema in uno dei diversi ambiti di mia competenza: muscolo-scheletrico, neurologico, respiratorio. Il problema si manifesta in un sintomo: "mi fa male", "non riesco ad alzare il braccio", "perdo l'equilibrio". La richiesta è semplice: "vorrei non mi facesse male", "vorrei poter prendere la tazzina del caffè", "vorrei non dovermi sostenere con il bastone".

E' da qui, dalle aspettative che passano attraverso la risoluzione di un problema (e quindi anche di un sintomo), che parto nel ragionamento che sta alla base del progetto terapeutico condiviso con chi mi si affida. La tecnica, il metodo, lo strumento, rappresentano attrezzi che, riposti in una cassetta, raccolgo ed utilizzo al bisogno a seconda delle circostanze. E spesso la scelta non ha a che fare con la possibile causa del sintomo o con le origini di una limitazione funzionale (non riuscire a compiere un gesto volto a raggiungere un obiettivo. Es., sollevare una tazzina dal tavolo e portarla alla bocca), ma con le attese del paziente, con la fase personale in cui si trova, con il contesto abitativo, con l'orizzonte culturale e di significato in cui si muove.

Mi trovo pertanto d'accordo con la riflessione di Gregory Lehman, riportata su Physio Network dal puntuale Todd Hargrove, che sostiene come non sia tanto la specifica metodica ad influenzare l'esito di un intervento, quanto la capacità del gesto terapeutico (azione volta a prevenire od alterare uno status patologico) di intervenire sul sintomo.

Lehman fa specificamente riferimento al sintomo dei sintomi, il dolore. Prendendo in considerazione le metodiche per il trattamento del dolore muscolo-scheletrico, diverse e talvolta fra loro contraddittorie, il fisioterapista canadese evidenzia un evidente paradosso: nonostante le differenze, i diversi metodi portano spesso ad analoghi risultati.

C'è un comune denominatore che spiega questa apparente contraddizione, afferma Lehman: tutti i metodi agiscono sul sintomo (il dolore) per raggiungere il proprio obiettivo terapeutico. Introduce in tal modo uno strumento riabilitativo che fa leva sulla "alterazione" del sintomo. Se modifico la percezione del sintomo, attraverso un movimento o un esercizio, posso agire indirettamente sulle cause del dolore. Riprendendo uno dei 36 stratagemmi, se disturbo l'acqua (il dolore) posso far uscire allo scoperto il pesce (il meccanismo che lo produce).

Questo approccio può essere particolarmente prezioso in presenza di dolore cronico, laddove il paziente è ormai convinto che il dolore non passerà o è ormai fuori dal suo controllo, che una qualche attività non potrà servire, che l'unica soluzione è la chirurgia o l'assunzione di farmaci.

Se non è il "metodo" a garantire il risultato, come faccio a capire se il mio fisioterapista sta facendo la cosa giusta per me?

Se fossi un paziente, è senza dubbio la prima domanda che mi farei dopo aver iniziato un percorso riabilitativo (diciamo dopo un paio di sedute). Personalmente, laddove il problema principale da affrontare è il dolore, fra i vari aspetti che andrei a considerare senza dubbio ad un paio darei particolare importanza: 1) ha capito il mio dolore? ; 2) è cambiato qualcosa nella sensazione che provo?